#foto #Blackandwhite #Treviso

Ecco il mio bianco e nero,

tranquilli con questi scatti non scrivo nulla lascio alla vostra fantasia e bravura a scrivere a inventare un romanzo giallo poliziesco avventuroso a scopo amoroso. Vediamo chi ci riesce.

Fotografa  AntonellaSessolo ( Lella)

Testo sempre mio

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50 pensieri riguardo “#foto #Blackandwhite #Treviso

  1. comincio con la prima parte
    Puzzone era il bastardino di Walter e aveva una tendenza particolare: mettersi nei guai, trascinando anche l’incolpevole padrone.
    Era un meticcio di mezza taglia con un mantello che pareva arlecchino, frutto dei molti incroci del parentado canino. Buono coi buoni, cattivo coi cattivi. Aveva un occhio azzurro e uno nocciola e una bella dentatura forte e robusta che non esitava a mostrare quando lo facevano arrabbiare.
    Walter l’aveva raccolto cucciolo in un cantiere di Treviso. Come ci fosse finito, nessuno lo sapeva. I muratori gli davano gli avanzi delle loro gamelle, sfamandolo, mentre lui teneva loro compagnia. Quando Walter lo prelevò, ci fu un coro di proteste da parte loro. Tuttavia era la soluzione migliore, perché dopo alcune settimane il cantiere avrebbe chiuso e il cucciolo non si sapeva dove sarebbe finito.
    Walter lo chiamò Puzzone, perché faceva davvero una puzza bestia. E ce ne volle prima che l’odore accumulato sul suo pelo né lungo né corto svanisse.
    Sofia, quando vide arrivare in casa quel cane lurido e puzzolente, minacciò Walter: «O tu col tuo cane o io me ne vado».
    Lui cercò di rabbonirla. «Lo metto in terrazza».
    Pessima idea. Ci mancò un pelo che il vicinato chiamassero i vigili per far smettere i suoi lamenti. Comunque passata la notte, la mattina seguente lo portò a lavare ma la puzza rimase, anche se l’aspetto era più presentabile. Sofia gli tenne il broncio per diversi giorni ma alla fine l’umore socievole di Puzzone la contagiò in modo irrimediabile. Così il cucciolo divenne il beniamino di casa. Viziato, coccolato sapeva strappare una carezza dopo ogni disastro che provocava. Il servizio buono del caffè in frantumi, la vetrinetta del mobile basso del salotto, le pantofole di Sofia rosicchiate.
    Era un pomeriggio grigio di dicembre con il Natale ormai vicino, quando Puzzone e Walter facevano una passeggiata lungo uno degli innumerevoli canali che attraversano Treviso e dintorni.
    Puzzone correva avanti e indietro instancabile, quando si fermò di botto. Immobile. Coda dritta e corpo nella classica postura di chi punta la preda.
    «Dai Puzzone! Muoviti» imprecò Walter che era avanti una decina di metri.
    Però il cane rimane immobile. Pareva una statua. Puntava delle piante palustri cresciute tra l’acqua e l’argine. Walter di malagrazia tornò sui suoi passi deciso a schiodare la bestia dove si era fermata.
    Pose una mano sul capo di Puzzone e la sentì fremere, mentre il respiro era quasi assente.
    «Che c’è, Puzzone?»
    Strinse gli occhi per mettere a fuoco quello che puntava il cane. Non vedeva nulla nell’oscurità che stava calando.
    «Forza Puzzone, a casa ti aspettano le crocchette» provò ad ammansirlo senza risultati.
    Il cane restava fermo col corpo proteso in avanti, fremendo come se avesse la febbre, nonostante lui cercasse di tirarlo.
    Walter allora si avvicinò di più al digradare della riva per osservare meglio e restò a bocca aperta.
    «Mio Dio!» esclamò portandosi una mano alla bocca.
    Adesso capiva il motivo del blocco di Puzzone ma iniziava la parte più complicata.
    [continua]

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  2. ecco la seconda parte
    «Mio Dio!» ripetè altre tre volte.
    Quello che vedeva in modo confuso tra le canne palustri cresciute nell’acqua lo lasciava allibito e inorridito. Non poteva crederci. Strinse gli occhi per mettere a fuoco meglio l’immagine che l’aveva reso sgomento. Nessun dubbio ma si domandò cosa fosse collegato a quella scarpina e collo del piede femminile. “Un corpo oppure un moncone di arto?” L’unico sistema era avvicinarsi ma Walter nicchiava. Rischiava di finire nelle acque gelide del canale con pessime conseguenze.
    Adesso aveva un dilemma: “Chiamo la polizia oppure fingo di non aver visto nulla?” Però c’era una questione da risolvere: Puzzone, che pareva inchiodato al terreno. Se avesse voluto andarsene, avrebbe dovuto lasciarlo lì, perché non aveva intenzione di muoversi. Il dilemma assomigliava tanto alla vecchia margherita del “t’amo, non t’amo” ma doveva risolverlo in fretta.
    Walter sapeva che non aveva alternative valide all’unica possibile. Convenne che non aveva molto senso cercare di allontanarsi dal luogo dove affiorava quello che pareva un arto umano senza dare nell’occhio. La via che costeggiava il Botteniga era alquanto trafficata e molti condomini vedevano chi passeggiava lungo il canale. Rischiava solo di finire nel tritacarne della giustizia per spiegare i motivi per i quali non aveva fatto i suoi doveri di cittadino scrupoloso. Quindi decise: chiamare il 113 per risolvere i suoi dubbi sul ritrovamento.
    Dopo un’estenuante telefonata per spiegare dove si trovava e perché era lì, Walter convinse una pattuglia dei carabinieri a intervenire.
    «Sofia, tardo a rientrare» telefonò alla compagna nell’attesa del loro arrivo.
    «Perché?» chiese malfidente la donna, in quanto sospettava che volesse nascondere altre verità.
    Un pizzico di gelosia aveva scatenato questa reazione. Walter non era uno stinco di santo da questo punto di vista.
    «Ho chiamato la polizia, perché forse c’è una donna morta nel Botteniga».
    Walter udì un profondo sospiro dall’altra parte del ricevitore senza comprenderne il motivo.
    «Vi cacciate sempre nei guai voi due» lo incolpò Sofia e aggiunse. «Non potevi fregartene, anziché telefonare?»
    Walter fece a sua volta un lungo respiro prima di rispondere. Voleva evitare un litigio telefonico. Erano già sufficienti quelli casalinghi.
    «Lasciando Puzzone di guardia al corpo?»
    «Maledetto cagnaccio!» urlò scocciata.
    La telefonata proseguì tra accuse e difese in un dialogo tra sordi, mentre in lontananza si sentiva una sirena in avvicinamento.
    «Ti lascio. Sono arrivati» troncò Walter bruscamente.
    «Fammi sapere» gorgogliò mesta Sofia.
    Un carabiniere munito di una potente torcia si avvicino a Walter che era fermo accanto a Puzzone, che non aveva smesso un attimo di puntare verso le erbe acquatiche.
    Walter si presentò e indicò il punto dove aveva visto affiorare la scarpa, illuminato dalla luce azionata dal militare.
    «Carmelo, chiama rinforzi. I vigili del fuoco. Sembra che in effetti ci sia qualcosa di sospetto tra l’acqua e l’argine» urlò al collega.
    Walter non aveva dubbi. “Quello è la parte inferiore della gamba di una donna” pensò dopo che la torcia aveva fatto chiarezza in quel punto. “E se fosse un arto di un manichino?” riflettè colto dal dubbio, perché non vedeva un corpo nell’acqua collegato al piede.

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  3. Pubblicato oggi sul mio blog,ripropongo qui la terza parte
    I lampeggianti blu attirarono dapprima i passanti, poi gli abitanti del condominio vicino ma alla fine ci fu un bel nugolo di curiosi che chiedevano lumi su cosa stava accadendo.
    «Qualcuno è caduto in acqua» disse un signore distinto con la voce di chi la sapeva lunga.
    «Ma non chiamano i pompieri?» obiettò una signora impellicciata.
    Ognuno dava la sua spiegazione e tutti si affacciavano al parapetto in legno che divideva il marciapiede dalla riva per vedere meglio il tratto illuminato dai carabinieri.
    Mentre la folla ingrossava, arrivarono di rinforzo altre tre gazzelle dei caramba e un paio di unità dei vigili del fuoco. Il traffico nella via pareva impazzito tra clacson urlanti e il rumore dei motori su di giri, mentre l’aria era ammorbata dai gas di scarico. A completare il caos giunsero anche i vigili urbani che cercarono di far defluire i veicoli fermi e dare una parvenza di ordine all’assembramento.
    In questo bailamme di voci e suoni l’unico a rimanere impassibile era Puzzone, che continuava a restare fermo come una statua di marmo.
    «Mi può raccontare cosa ha visto» chiese un gallonato dei carabinieri col notes in mano.
    «Ero uscito a passeggio col mio cane come faccio tutte le sere in attesa della cena…» cominciò Walter, che era seconda o terza volta che descriveva a carabinieri diversi cosa era successo.
    «Va bene. Le sue considerazioni non mi interessano. Arrivi al dunque» disse il gallonato, facendo segno con la mano di stringere i preamboli.
    Walter tossì brevemente prima di riprendere la narrazione. Aveva capito che il pezzo grosso aveva la puzza sotto il naso. Quindi era meglio essere concisi.
    «Camminavo insieme a Puzzone…».
    «Ma Puzzone chi è?» domandò il gallonato, guardandosi intorno alla ricerca di una seconda persona che non vedeva.
    «Il mio cane, brigadiere» sparò Walter leggermente infastidito.
    Il gallonato fece una smorfia eloquente che manifestava tutta la sua stizza per essere stato degradato.
    «Maresciallo, prego» precisò con una punta di prosopopea.
    Walter finse non notare la sua irritazione per averlo preso per un brigadiere. Per lui i carabinieri era tutti uguali. Drizzò le spalle e riprese a parlare con tono piatto.
    «Camminavo col mio cane Puzzone, quando si è fermato esattamente dove lo vede adesso. Da lì non si è più mosso. Ho guardato cosa puntava e mi è sembrato di notare una scarpa e un piede femminile. Nel dubbio vi ho chiamati» concluse Walter, mentre il maresciallo prendeva appunti.
    Il maresciallo sollevò gli occhi per fissarlo.
    «Non ha toccato nulla?»
    Walter allargò le braccia e fece un mezzo sorriso subito represso. Non intendeva irritarlo ulteriormente con qualche battuta ironica.
    «La luce era poca e la riva scivolosa. Me ne sono ben guardato dall’avvicinarmi. Fare il bagno nel Botteniga in questo periodo non è il massimo».
    Il gallonato lo squadrò con occhio truce. Le battute di spirito non le sopportava, in particolare in orario di cena. Stasera rischiava di andare a mangiare piuttosto tardi, dovendo subire i rimbrotti di Maria Rosaria, sua moglie.
    «Poi cosa ha fatto?»
    Una domanda inutile secondo Walter ma rispose lo stesso.
    «Nulla. Ho chiamato il 113» precisò con un pizzico d’ironia.
    Il maresciallo stava per dire qualcosa, quando un appuntato attirò la sua attenzione.
    «Marescia’. I pompieri hanno recuperato l’oggetto».
    «Vengo. Arrivo subito» rispose allontanandosi.

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  4. eccomi con la quarta parte
    Walter seguì il maresciallo, ponendosi di fianco a Puzzone, che sembrava che si fosse svegliato dall’ipnosi. Agitò la coda dando una leccata alla mano del padrone. Lui lo guardò, accarezzandogli la testa. “Porca miseria” imprecò sotto voce. “Se ti fossi scongelato prima, saremo al caldo davanti a un piatto di minestra, anziché qui al freddo e all’umidità del canale”.
    Allungò il collo per vedere quale reperto i pompieri avessero recuperato. A occhi e croce pareva un arto ma artificiale. Non quello di un manichino ma una protesi per chi avesse perso la parte inferiore della gamba. Non riusciva a distinguerlo bene, perché il piccolo assembramento gli impediva una buona visione. “Se fosse così” pensò Walter tirando un sospiro di sollievo, “non ci sarebbe nessun cadavere in giro”. Si fregò le mani, perché significava che tra non molto poteva tornarsene a casa.
    Sentì parole confuse e soprapposte, delle quali comprese ben poco.
    «Cosa è?» Fu la domanda che Walter udì pronunciare dal maresciallo. La risposta lo raggelò. La sua intuizione in parte era corretta ma non del tutto ma perse alcuni commenti, perché dovette fermare Puzzone, che cercava di raggiungere il reperto.
    «Calma, Puzzone» lo redarguì con dolcezza, perché non voleva essere coinvolto nel caso.
    Se i carabinieri si fossero accorti dell’interessa del cane verso l’oggetto, lui non avrebbe saputo spiegare come Puzzone l’avesse riconosciuto e i motivi del suo atteggiamento. Agganciò rapidamente il guinzaglio nell’anello per impedirgli di muoversi. Doveva fingere. “Su cosa?” pensò.
    Rimase in disparte, cercando di non dare nell’occhio, mentre il telefono squillava. Lo lasciò suonare, immaginando che fosse Sofia che volesse essere informata sullo stato dell’arte. “Non saprei cosa dire” si disse, sperando che la musica cessasse in fretta.
    Puzzone dava segni d’irrequietezza crescente senza che Walter riuscisse a calmarlo. “Perché?” si domandò, non riuscendo a trovare un nesso tra il comportamento del cane e il reperto riportato a terra. Sembrava che Puzzone conoscesse il proprietario di quella protesi. Provò a tornare indietro nel tempo alla ricerca di qualche possibile indizio senza risultati soddisfacenti. Un conoscente gli aveva detto che un cucciolo era in un cantiere, che avrebbe chiuso dopo poche settimane, vicino al suo posto di lavoro. «Va là e portalo a casa» gli aveva suggerito, come poi fece. Però dopo aveva vissuto sempre con loro e Walter non aveva conoscenti che portassero protesi o qualcosa di simile.
    «Buono, Puzzone» mormorò, lisciandogli la testa.
    Faticava a tenerlo fermo, mentre lui diventava sempre più nervoso. Walter avrebbe voluto minimizzarsi o eclissarsi ma l’irrequietezza di Puzzone rendeva difficile questa operazione. Non si era mai domandato di quale miscela era composto il DNA di Puzzone. Osservandolo adesso con attenzione, aveva notato il muso appuntito con la corporatura di un bracco o di un segugio. Il mantello e i pelo erano indecifrabili. Le sue conoscenze in tema di razze canine erano alquanto scarse: per lui era un cane e basta. Aveva notato in passato, senza dare peso alle circostanze, che Puzzone possedeva un olfatto assai sviluppato e molto sensibile in grado di percepire gli odori a notevole distanza. Una volta, passeggiando lungo il Sile, aveva individuato un grosso ratto distante un centinaio di metri, il quale non aveva avuto scampo. Una veloce corsa e un colpo secco avevano posto fine alla sua avventura terrena. Walter aveva osservato che in genere gli altri cani evitavano di avvicinarsi a questi grossi topi assai aggressivi. Puzzone invece non aveva esitato un attimo dal cacciarlo come se il suo DNA avesse risvegliato e scatenato in lui il demone della caccia.
    Adesso ripensandoci e ricollegando questo e altri episodi, intuì che quell’arto artificiale gli aveva ricordato un odore familiare. “Ma chi?” si chiese, strattonandolo con impazienza.
    Non osava avvicinarsi al piccolo assembramento di carabinieri e vigili del fuoco nel timore che il cane si tradisse, cercando di annusare il reperto. Doveva mantenere la calma e tenersi distante. Pareva che si fossero dimenticati di lui, mentre discutevano su cosa fare. La sorte fu benigna, perché il maresciallo passò accanto a lui.
    «Signor maresciallo…».
    L’uomo si fermò infastidito.
    «Signor maresciallo» riprese Walter cercando di calmare il tono della voce, «se non servo più, vorrei tornare a casa».
    Il carabiniere aggrottò la fronte, fece una smorfia con le labbra e poi disse: «Vada ma domani in mattinata passi dal comando a firmare la sua deposizione».
    Walter ringraziò, allontanandosi con Puzzone, che pareva restio ad abbandonare la scena del ritrovamento.

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  5. eccomi con la quinta parte.
    «Andiamo, Puzzone».
    Walter incitò il suo cane a muoversi per tornare a casa. All’inizio Puzzone si voltava indietro come se fosse pentito di aver seguito il suo padrone ma poi trotterellò accanto a lui, correndo in avanti finché il guinzaglio lo permetteva. Tornava sempre al suo fianco tranquillo.
    Mentre Puzzone sgambettava, Walter chiamò Sofia.
    «Siamo di ritorno» le comunicò con tono asciutto.
    «Era ora» rispose acida. «Ma c’era davvero il morto?»
    Lui sospiro. “Benedetta donna, malfidente e curiosa” pensò prima di parlare.
    «Ti racconto tutto a tavola» tagliò corto, chiudendo la conversazione.
    Camminando spedito per riscaldarsi un po’ e per non fare troppo tardi per la cena, si domandò più volte perché Puzzone avesse puntato con decisione verso quell’arto artificiale. “Quali collegamenti ha avuto con la persona che lo possedeva?” rifletté Walter, che nonostante avesse frugato a lungo nella sua memoria non aveva rintracciato nessuno con una protesi.
    Con questo dubbio rincasò e a tavola raccontò a Sofia tutti i fatti.
    «Non conosco nessuna persona con una protesi artificiale» concluse Walter, spostandosi nel salotto, seguito da Puzzone, che si accoccolò ai suoi piedi.
    «Nemmeno io… a parte Pina, una vecchia amica di mamma» precisò Sofia, sistemandosi accanto a lui sul divano.
    Il compagno scosse la testa. Se questa Pina era un’amica della sua madre, non era di certo giovane, pensò, accendendo il televisore.
    «Ma la scarpa faceva pensare a una donna sui trent’anni» affermò Walter. «La tua Pina ne avrà almeno sessanta».
    Sofia rise, perché aveva indovinato l’età. “Ma di certo Puzzone non l’ha mai vista. Non conosce nemmeno mia madre!” pensò con gli occhi che brillavano senza un motivo apparente.
    «Hai ragione ma è inutile scervellarsi su questo dettaglio» disse la donna per chiudere l’argomento e vedere il programma televisivo.
    Walter provò a non pensarci ma la vista di Puzzone immobile che puntava verso l’arto artificiale tornava a galla prepotente.
    La mattina seguente Walter passò come di consueto dall’edicola per comprare La Tribuna di Treviso prima di recarsi in ufficio. In prima pagina non c’era nulla. Sfogliò velocemente le pagine interne e trovò un trafiletto abbastanza stringato, che dava notizia del ritrovamento di una protesi nel Botteniga da parte un uomo sui trent’anni e del suo cane. All’inizio si era pensato a un moncherino umano ma poi tutto si era ridimensionato come aveva comunicato il comando dei carabinieri.
    A Walter rimase strano che un dettaglio importante come quelle tracce organiche riscontrate sull’arto artificiale non fossero state menzionate dal giornale. “Questo particolare significativo non era stato divulgato, tenendolo nascosto” pensò, ripiegando il giornale per infilarlo nella tasca del giubbotto.
    Con qualche minuto di ritardo Walter si presentò al lavoro, dimenticando che doveva passare dal comando per firmare la deposizione come gli era stato richiesto prima di lasciare il luogo del ritrovamento.
    A metà mattinata una telefonata gli ricordò l’impegno. Chieste un paio d’ore di permesso, si presentò alla caserma dei carabinieri.
    «Sono Walter Bruno e il maresciallo mi attende» disse al piantone, che lo condusse nel suo ufficio.

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  6. ecco la sesta parte che sarà pubblicata domani
    «Buongiorno, Maresciallo» fece Walter ricordando quanto fosse sensibile al grado e allungò la mano.
    Il gallonato alzò gli occhi dai fogli e ignorando la mano a mezz’aria gli fece cenno di sedersi. Poi riprese la lettura del foglio.
    Il sorriso da ebete di Walter si spense in fretta mentre corrugava la fronte. “Stronzo” lo apostrofò in silenzio sedendosi composto su una sedia di legno in attesa che parlasse. L’atmosfera era quasi surreale.
    «Le leggo la deposizione» cominciò il maresciallo, mentre Walter annuiva con la testa.
    «Ieri sera verso sedici stavo passeggiando lungo il Botteniga col mio cane…» il gallonato alzò la testa per chiedere il nome dell’animale.
    «Puzzone, maresciallo» precisò con immediatezza.
    Il maresciallo riprese la lettura fino alla fine, dopo aver segnato il nome del cane.
    «In fede Bruno Walter» concluse il gallonato, porgendogli il foglio. «Non mi pare che ci sia altro da verbalizzare».
    Walter annuì col capo prendendo il documento da firmare.
    «Le faccio qualche domanda che ieri sera non ho posto».
    «Dica pure. Spero di soddisfare la sua curiosità» disse Walter immaginandone il tenore. “Di sicuro mi chiederà perché Puzzone abbia puntato alla protesi. Saperlo…”.
    «Mi dica il suo cane…» Il maresciallo si fermò schiarendosi la voce.
    «Puzzone, maresciallo» confermò una volta di più il nome.
    «…perché si è fermato dove c’era la protesi?»
    Walter represse subito il sorriso. Aveva centrato quale sarebbe stato il senso della domanda. Doveva fare attenzione alle parole da usare per non trovarsi coinvolto suo malgrado nel giallo del ritrovamento.
    «Signor Maresciallo, mi sono posto anch’io il quesito senza trovare la risposta».
    Il carabiniere lo guardò sorpreso spalancando gli occhi. “Non è possibile che ignori il motivo” rifletté. “È impossibile”.
    «Ma il cane è suo? Oppure?» disse col tono di chi dubita sulla verità delle parole appena pronunciate.
    «Certo che è mio» esternò Walter che non capiva dove volesse arrivare.
    Il maresciallo si sistemò sulla sua poltrona di pelle che cigolò sotto il suo peso.
    «Quando si ferma per puntare a qualche oggetto o persona, lei conosce il motivo per il quale lo fa, immagino».
    Il terreno stava diventando scivoloso e negare poteva essere poco credibile.
    «Puzzone… il mio cane» precisò per evitare fraintendimenti sul nome. «Dicevo che il mio cane ha nel sangue gli stimoli della caccia per via di un olfatto molto sviluppato».
    Walter sapeva di aver detto un falso perché Puzzone salvo qualche eccezione non aveva mai dimostrato particolari doti di cacciatore, di conseguenza la sera precedente aveva rappresentato una sorpresa anche per lui. Però si rese conto che non sarebbe stato credibile battere su questo tasto. Nessun cane da caccia punterebbe un oggetto inanimato salvo che non gli ricordasse qualcosa o fosse addestrato per questo scopo. Però per lui non erano vere nessuna delle due opzioni.
    Tuttavia tornato a casa, durante la serata del giorno precedente, colto dalla curiosità aveva fatto una ricerca in rete sui cani da caccia. Dalle immagini aveva riscontrato forti somiglianze con due specie : il ratonero e il segugio. Forte di questi ricordi abbandonò il discorso sull’olfatto puntando su altri argomenti.
    «Pertanto» proseguì Walter abbassando il tono della voce, «quando si è fermato ieri sera ho capito che aveva scovato qualcosa di grosso. Per questo ho chiamato il 113».
    Il maresciallo scosse la testa poco convinto dalle sue spiegazioni. Secondo lui non reggevano, perché erano basate su congetture poco plausibili.
    Walter capì che il gallonato di fronte non credeva alle sue parole osservando il movimento del capo e l’arricciare del naso. Doveva spiegare e minimizzare i suoi dubbi.
    «Il mio cane è un meticcio. L’incrocio tra un ratonero e un segugio» sparò la bugia nel modo più credibile della voce: decisa e senza pause.
    Walter si accorse che il maresciallo stava per controbattere e non gli lasciò il tempo. «Capisco la sua perplessità ma un amico veterinario me l’ha spiegato, quando ho portato il cucciolo a vaccinare».
    Lui doveva continuare a inondarlo di informazioni senza dargli l’occasione di parlare. Ormai era lanciato e non poteva fermarsi. «Il muso è del ratonero. Affusolato, a punta e poi è un gran cacciatore di topi».
    Il maresciallo aprì la bocca e spalancò gli occhi per la sorpresa. Se per il segugio aveva vaghe reminiscenze, ignorava l’esistenza di questa razza. Walter colse l’attimo di disorientamento del carabiniere e proseguì.
    «Il mio cane dà la caccia ai topi, che se non vogliono fare una brutta fine, devono fuggire nel modo più rapido possibile. Esattamente come il suo genitore spagnolo».
    «Oh!» fu il gemito del maresciallo a questa cascata di affermazioni. Tutti i suoi dubbi vacillarono.
    Walter era un fiume in piena e continuò a snocciolare parole a raffica.
    «L’olfatto e il carattere l’ha ereditato dal segugio che c’è in lui. Se punta a qualcosa, non c’è verso di smuoverlo».
    Il maresciallo era confuso e incapace di ribattere, quindi preferì congedare Walter, perché la protesi non indicava nulla pur presentando dei reperti organici.
    [continua]

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  7. ecco la settima parte che sarà pubblicata sabato 27

    Il sabato mattina della settimana che precedeva il Natale, complice il sole e una giornata non troppo fredda, convinse Walter di portare Puzzone a fare una bella sgambata lungo il fiume Sile nelle vicinanze dell’aeroporto. Non proprio lì ma sulla sponda opposta.
    Sistemata la macchina in modo da non costituire un ostacolo, lasciò libero il cane di correre dove voleva. Abbaiava festoso, muovendosi con frenesia, mentre lui lo seguiva nel prato che costeggiava il Sile. Aveva dimenticato il ritrovamento della protesi, la discussione col maresciallo dei carabinieri per convincerlo che Puzzone aveva solo casualmente intercettato l’arto artificiale. Insomma tutto questo era stato cancellato dalla sua mente. Si godeva la giornata e l’allegria del suo cane.
    Erano all’incirca mezzogiorno, quando Walter richiamò Puzzone per tornare alla macchina.
    «Forza Puzzone. È tempo di tornare a casa» urlò per farsi sentire, avendo come risposta solo il furioso abbaiare del cane.
    «Benedetto cane» sospirò avviandosi verso il boschetto da cui udiva provenire la sua voce.
    Immaginò che avesse trovato qualche animale selvatico o la sua tana per farlo uscire. Per Puzzone era un gioco vedere il topo o una nutria correre veloci verso un nuovo riparo.
    Seguì un sentiero che conduceva alla riva del fiume, quando vide il cane nella stessa posa di una settimana prima. “E no” pensò Walter. “Questa volta non mi freghi. Vieni via con le buone o con le cattive e non m’importa cosa hai trovato”.
    Si avvicino e vide spuntare un corpo nudo che assomigliava a quello di una donna, priva di una parte della gamba e del tronco superiore. Nugoli di mosche volteggiavano sul macabro reperto e l’olezza di carne in decomposizione ammorbava l’aria. Fare due più due fu un attimo per Walter e associare quello che vedeva con la protesi di una settimana prima rappresentò una logica conseguenza.
    «Vieni Puzzone» disse Walter agganciando il guinzaglio all’anello. «Quello resta qui e noi ce ne andiamo».
    Lo trascinò con forza verso la macchina, anche se era piuttosto riluttante ad allontanarsi. Non era sua intenzione chiamare polizia o carabinieri, spiegando loro che era pura sfiga imbattersi in corpi umani. Però gli scocciava alquanto lasciare quei resti abbandonati allo sfregio di animali e insetti. “Devo parlarne con Sofia” si disse mentre guidava per tornare a casa. Non aveva dubbi che lei gli avrebbe suggerito di chiudere entrambi gli occhi ma la sua coscienza di cittadino lo spingeva nella direzione opposta. Più di una volta stava per fermarsi per lanciare l’allarme ma aveva sempre proseguito, rimandando la decisione a più tardi.
    Si domandò se questi due ritrovamenti fossero pura casualità oppure un segno del destino. In entrambi i casi era stato l’olfatto finissimo di Puzzone a scovarli. “Quale rapporto c’è tra Puzzone e quel corpo martoriato di donna?” si disse mentre parcheggiava nel box di casa. “Da quando è entrato in casa nostra non ha avuto mai contatti con donne con un arto artificiale. Quando l’ho raccolto aveva quattro o cinque mesi. Ma prima con chi abitava?”
    Walter si andava convincendo che il mistero era racchiuso in quei pochi mesi ma non c’erano indizi per esplorare quel frammento di vita di Puzzone.
    «Ciao, Sofia. Che buon odorino si sente» disse Walter entrando per mascherare il proprio turbamento.
    La compagna rispose con un grugnito. Era arrabbiata, perché lui se ne era andato in giro senza darle una mano come faceva tutti i sabato mattina.
    Walter comprese che l’umore di Sofia non era dei migliori, quindi ritenne inutile e pericoloso parlare di quei resti umani che Puzzone aveva rintracciato. Però il tarlo di non aver tenuto un comportamento corretto continuava a lavorare. Fare una telefonata anonima nei prossimi giorni per denunciare il ritrovamento era sempre più impellente ma per la giornata odierna non avrebbe fatto nulla.

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